PARCHEGGIO SELVAGGIO NEL CONDOMINIO

PARCHEGGIO SELVAGGIO NEL CONDOMINIONon di rado assistiamo alla condotta di condomini che parcheggiano in maniera a dir poco incivile la loro auto, rendendo estremamente difficoltoso agli altri condomini, se non  addirittura impossibile, effettuare la  manovra per accedere al parcheggio di loro pertinenza.

La norma di riferimento è l’art. 610 c.p. che punisce “chiunque con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa.”

Una norma a fattispecie molto ampia, indeterminata, che ha permesso alla giurisprudenza di farci rientrare anche il parcheggio selvaggio, ovvero idoneo a limitare la libertà di determinazione del conducente di altra vettura.

In questo senso la Cass. con la sent. n. 16571/06, sanciva la colpevolezza di un soggetto che aveva sostato area condominiale, ove insisteva un divieto di accesso, impedendo al soggetto offeso di transitare con il proprio veicolo e costringendolo ad attendere che l’autovettura fosse dallo stesso proprietario rimossa.

Principio pacificamente condiviso dalla Cassazione anche in altre sentenze (Cass. pen. Sez. V, n. 17794/17 e Cass. pen. Sez. V, n.8425/13).

Giurisprudenza che trovava conferma non solo nei giudizi di legittimità, ma anche in quelli di merito, dove emergeva che il delitto di violenza privata, relativo al parcheggio irregolare nelle zone condominiali si configurava soprattutto al verificarsi di tre distinte situazioni: 1) sosta irregolare, 2) condotta atta ad impedire ad altri di spostare il proprio veicolo, 3) rifiuto di spostare l’autovettura causa dell’impedimento.

Con la sentenza n. 1912/18  la Suprema Corte  ridefinisce meglio la fattispecie :

in particolare nel caso in esame, già la Corte d’Appello, a fronte della contestazione all’imputato di aver posizionato la propria autovettura in modo da impedire il transito della autovettura condotta dalla parte civile, aveva stabilito che l’azione dell’imputato aveva semplicemente determinato una riduzione del passaggio utile enucleando una condotta inidonea ad integrare il reato previsto dall’art.610 c.p.

Ed in questo stesso senso gli Ermellini :  “Ai fini dell’integrazione del delitto di violenza privata è necessario che la violenza o la minaccia costitutive della fattispecie incriminatrice comportino la perdita o, comunque, la significativa riduzione della libertà di movimento o della capacità di autodeterminazione del soggetto passivo, essendo, invece, penalmente irrilevanti, in virtù del principio di offensività, i comportamenti che, pur costituendo violazioni di regole deontologiche, etiche o sociali, si rivelino inidonei a limitarne la libertà di movimento, o ad influenzarne significativamente il processo di formazione della volontà. (Cass Sez. 5, n.1786 del 20/09/2016, dep. 16/01/2017, Rv, 268751).
Evidentemente, quindi, la mera difficoltà, in capo alla parte offesa, ad eseguire la manovra, pur causata da una condotta volontaria e certamente censurabile da parte del ricorrente, non costituisce violenza privata se non ha determinato un impedimento assoluto alla libertà di movimento.”

 

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